Lo Stretto di Hormuz e il rischio dei chokepoints: perché le imprese devono ripensare export e supply chain

30 Marzo 2026
Stretto di Hormuz - mappa

La crisi nello Stretto di Hormuz rappresenta molto più di un episodio geopolitico regionale: è un banco di prova per la resilienza delle catene globali del valore e un segnale concreto per le imprese impegnate nei processi di internazionalizzazione.

In un contesto in cui il commercio marittimo continua a sostenere la maggior parte degli scambi mondiali di merci, Hormuz resta uno degli snodi più sensibili per energia, materie prime e logistica internazionale1. Quando un chokepoint rallenta o si blocca, l’impatto non si ferma all’area coinvolta, ma si trasferisce rapidamente su costi, tempi di consegna e pianificazione industriale.

Negli ultimi anni, l’area del Golfo è diventata sempre più centrale per l’economia italiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si confermano tra i mercati più dinamici per il Made in Italy2 e rientrano anche tra i Paesi extra-UE a più alto potenziale nelle priorità istituzionali per la crescita dell’export3. In quest’area, i comparti italiani più esposti e più competitivi restano soprattutto meccanica, beni strumentali, moda, gioielleria e farmaceutica4. Proprio questa crescente integrazione, però, rende le imprese italiane più sensibili agli effetti di ogni instabilità geopolitica o logistica nella regione.

L’impatto immediato: energia, logistica e costi

immagine di barca nello stretto di Hormuz

Le tensioni nello Stretto di Hormuz colpiscono prima di tutto i flussi energetici, ma l’effetto si estende rapidamente ben oltre petrolio e gas. Quando si inceppa un passaggio di questa importanza, aumentano il costo del trasporto, l’incertezza assicurativa, la pressione sui tempi di consegna e il rischio di dover ripianificare forniture e stock5. Una crisi localizzata diventa così, in tempi molto brevi, un problema industriale e commerciale anche per imprese lontane dal Golfo.

Le ricadute riguardano anche filiere meno visibili, ma altrettanto sensibili. I fertilizzanti, ad esempio, sono tornati al centro dell’attenzione perché il Golfo rappresenta un’area chiave per questi flussi6 e le interruzioni stanno già alimentando timori su disponibilità, prezzi agricoli e costi alimentari. Anche il traffico aereo e il cargo7 risentono delle tensioni: chiusure di spazi aerei, deviazioni di rotta e rincari del carburante si traducono in ulteriore pressione sui costi logistici e sulla continuità operativa.

Il nodo dei chokepoints: una vulnerabilità strutturale

Il caso dello Stretto di Hormuz riporta al centro un tema che per molte imprese è stato a lungo sottovalutato: la dipendenza da pochi passaggi strategici8. Canali, stretti, porti e hub logistici concentrano una quota enorme dei flussi globali e, proprio per questo, possono trasformarsi in punti di fragilità sistemica. Non sono solo infrastrutture: sono leve geopolitiche che possono alterare commercio, prezzi e affidabilità delle filiere nel giro di pochi giorni.

Per chi esporta o si approvvigiona sui mercati internazionali, il punto non è più chiedersi se uno shock logistico possa verificarsi, ma quanto l’azienda sia preparata ad assorbirlo. La combinazione tra tensioni geopolitiche, volatilità dei noli, premi assicurativi più alti e rotte più lunghe rende evidente una vulnerabilità strutturale che oggi non può più essere considerata marginale.

Immagine dello stretto di Hormuz

Diversificazione: una necessità strategica

In questo scenario, il messaggio per le imprese è chiaro: la diversificazione non può riguardare soltanto i mercati di sbocco9. Deve estendersi ai fornitori, ai corridoi logistici, alle aree produttive, ai magazzini di sicurezza e ai criteri con cui si valutano continuità operativa e rischio geopolitico. È qui che export strategy e supply chain strategy tornano a coincidere.

Ripensare la supply chain oggi significa ridurre dipendenze eccessive, costruire alternative realistiche, accettare in alcuni casi un costo leggermente più alto nel breve periodo per proteggere la continuità nel medio-lungo e integrare strumenti di risk management nelle decisioni di approvvigionamento. Significa anche monitorare nel tempo la qualità della catena di fornitura, non solo in termini di efficienza, ma anche di resilienza10.

La valutazione dei fornitori e la costruzione di una strategia strutturata di mitigazione dei rischi diventano quindi fattori decisivi per salvaguardare produttività, marginalità e capacità di servire i mercati esteri con continuità. Roncucci&Partners da anni affianca le imprese proprio in questo passaggio: trasformare la complessità dei mercati internazionali in scelte più solide, leggibili e sostenibili nel tempo.

Anna Monteleone

Leggi anche:

  1. https://apnews.com/article/iran-hormuz-shipping-tolls-china-de5159966cde7de7b964b3c2c67eec07
  2. https://www.repubblica.it/dossier/economia/top-story/2025/09/30/news/dall_energia_all_industria_si_stringono_i_legami_con_il_golfo-424880547/
  3. https://www.esteri.it/it/sala_stampa/archivionotizie/diplomazia-economica/2025/05/piano-dazione-per-lexport-italiano-nei-mercati-extra-ue-ad-alto-potenziale/
  4. https://tg24.sky.it/economia/2026/03/10/settori-export-italia-medio-oriente/
  5. https://www.wsj.com/livecoverage/stock-market-today-dow-sp-500-nasdaq-03-24-2026/card/insurance-costs-soar-for-ships-in-gulf-pu2Vj2WxX310sa5gcqk3
  6. https://apnews.com/article/iran-war-fertilizer-exports-farming-3b7c92d58dba0817c3aa8f1db47464b7
  7. https://www.supplychaindive.com/news/middle-east-conflict-tests-2026-air-cargo-outlook/814069/
  8. https://unctad.org/publication/review-maritime-transport-2024
  9. https://www.ice.it/it/sala-stampa/rapporto-ice-2024-2025-litalia-nelleconomia-internazionale
  10. https://unctad.org/publication/review-maritime-transport-2025
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