L’impatto della Brexit sull’economia del Regno Unito: peggio del Covid

3 Novembre 2021
impatto brexit peggiore della pandemia

L’impatto della Brexit sull’economia del Regno Unito nel lungo periodo sarà peggiore  rispetto a quello della pandemia di Covid-19.

La recente dichiarazione di Richard Hughes, presidente dell’Office for Budget Responsibility (OBR) non lascia molto spazio all’immaginazione.

Secondo Hughes infatti, i dati recenti confermano le previsioni fatte dall’OBR, secondo le quali l’impatto a lungo termine della Brexit avrebbe ridotto il PIL di circa il 4% (a cui va aggiunto un 2% causato dalla pandemia).

La crisi che affligge l’economia britannica sta facendo parlare i giornali di un incombente “inverno del malcontento“, in riferimento all’ondata di scioperi del 1978-79 che mise in ginocchio l’economia britannica. Diversi analisti parlano persino di stagflazione, la combinazione da incubo che descrive una situazione di crescita stagnante e alta inflazione.

Anche se le carenze, i ritardi nella catena di approvvigionamento e l’aumento dei costi di cibo ed energia stanno colpendo diverse grandi economie – tra cui Stati Uniti, Cina e Germania – è indubbio come la Gran Bretagna stia soffrendo più di tutti gli altri a causa della Brexit.

In particolare, la Brexit ha reso molto più difficile per le aziende britanniche assumere lavoratori europei e molto più costoso fare affari con l’Unione Europea. In particolare, sono tre gli aspetti che condizionano al momento la situazione:

Il nodo dell’immigrazione

Il sistema di immigrazione post-Brexit è stato progettato per ridurre il numero di lavoratori non qualificati che arrivano in Gran Bretagna e porre fine a quello che il governo ha descritto come la “dipendenza del paese da manodopera a basso costo e poco qualificata”.

Secondo numerosi analisti, la carenza di manodopera avrebbe potuto essere meno grave se il Regno Unito avesse mantenuto la libera circolazione delle persone con la Brexit.

Tra giugno e agosto, la Gran Bretagna ha segnato il record di 1 milione di posti di lavoro vacanti secondo l’Office for National Statistics. Ristoranti, pub e supermercati hanno dovuto chiudere temporaneamente alcune sedi a causa di carenze di personale. Una “crisi della forza lavoro” che affetta anche il settore dell’assistenza sociale per adulti e che,  secondo Care England, imporrà la recluta di lavoratori stranieri per riempire decine di migliaia di posti vacanti.

L’esodo dei lavoratori è di fatto un grosso problema per molti settori, che nel corso di quattro decenni di appartenenza all’UE hanno fatto affidamento su un afflusso costante di manodopera.

Questa settimana il governo britannico è stato costretto a fare parzialmente marcia indietro sulla rigorosa politica di immigrazione dopo che migliaia di stazioni di servizio sono rimaste a secco durante il fine settimana e i rivenditori di generi alimentari hanno avvertito che il paese ha solo 10 giorni per “salvare il Natale”.

Per alleviare la pressione, il governo rilascerà visti temporanei a 10.500 camionisti e lavoratori stranieri.

Il forte impatto della Brexit sulle catene di approvvigionamento

Un recente rapporto della Grant Thornton afferma che ci sono quasi 1 milione di posti vacanti nel Regno Unito. La carenza cronica di manodopera ha portato a una crisi nelle catene di approvvigionamento, colpendo una lista sempre più lunga di settori e prodotti.

Qual è dunque la causa principale del problema?

Il governo attribuisce la colpa alla pandemia. Ma il mondo industriale è compatto nell’affermare che è a causa della Brexit che adesso si registra questa grave carenza di lavoratori, specialmente nell’industria del trasporto, nella logistica, nell’ospitalità e nel settore alimentare.

La ricerca della Grant Thornton ha mostrato che dall’inizio della pandemia, 1,3 milioni di lavoratori stranieri hanno lasciato il Regno Unito e non sono tornati.

Il problema è che gli stabilimenti di lavorazione della carne, le case di cura, l’ospitalità, la ristorazione e le aziende come Amazon competono per un’offerta limitata di lavoratori poco qualificati con salari di base. Anche se ci fossero abbastanza camionisti, la catena di approvvigionamento sarebbe comunque messa a dura prova dalla carenza di manodopera.

I leader dell’industria affermano che la pandemia ha esposto le debolezze del modello della catena di approvvigionamento just-in-time. La crisi della carenza di alimenti potrebbe imporre ai venditori di resettare abitudini e modalità di lavorare, riducendo la gamma dei prodotti offerti. Mentre per i consumatori, oltre ad una scelta ridotta, si tradurrebbe anche in prezzi più elevati.

I dati di Adimo, una piattaforma tecnologica per lo shopping che tiene traccia dell’interesse dei consumatori per 300 brand, mostrano che la percentuale di prodotti fuori stock nei supermercati del Regno Unito sta raggiungendo i livelli sperimentati nel marzo 2020, quando gli acquirenti erano in preda al panico per l’aumento dei casi di coronavirus.

L’azienda prevede che entro l’inizio di dicembre, gli acquirenti del Regno Unito sperimenteranno carenze di generi alimentari peggiori rispetto al picco della pandemia dell’anno scorso.

Alcolici, latticini, carni e surgelati saranno i più colpiti, secondo il CEO di Adimo, Richard Kelly. “La mancanza di scelta e l’aumento dei costi della catena di approvvigionamento influenzeranno il prezzo che i clienti dovranno pagare per la loro spesa settimanale o natalizia”.

Crisi energetica

L’aumento dei prezzi degli alimenti arriva mentre la Gran Bretagna è alle prese con un’impennata dei costi del gas naturale e dell’elettricità, spinti in parte dalle fredde temperature primaverili all’inizio di quest’anno, dall’aumento della domanda da parte della Cina e dalle minori forniture dalla Russia.

L’impennata dei prezzi dell’energia è un problema anche in Europa. Ma la situazione è particolarmente acuta nel Regno Unito, perché la crisi delle forniture è stata esacerbata dalla mancanza di grandi impianti di stoccaggio del gas naturale.

Nessuno di questi problemi può essere imputato direttamente alla Brexit, ma l’accordo commerciale dell’UE che Johnson ha firmato lo scorso dicembre ha lasciato il Regno Unito a navigare da solo nella crisi energetica attuale, perché non includeva alcun accordo in merito.

Il rapporto del 2016 commissionato da National Grid – una società di servizi pubblici – aveva già previsto che lasciare il mercato unico dell’energia avrebbe potuto causare un’impennata delle bollette energetiche del Regno Unito fino a 500 milioni di sterline all’anno.

Gli economisti stanno già avvertendo che la pressione sui prezzi, guidata dalla carenza di lavoratori, dalle catene di approvvigionamento bloccate e dall’aumento dei costi energetici, peserà sulla crescita del Regno Unito e aumenterà l’inflazione, che è già al suo livello più alto da due decenni.

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