Unico settore in crescita in un contesto economico di forte contrazione, nei primi cinque mesi del 2021 il settore agroalimentare registra un nuovo record nelle esportazioni, toccando il valore di 17 miliardi di euro.

E’ quanto emerge dall’ultima analisi di Coldiretti formulata sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero sul periodo, che confermano il trend di crescita del 2020 e anzi fanno registrare un ulteriore balzo dell’8,9% nei primi cinque mesi dell’anno.

Il dato è particolarmente significativo, se si considerano le difficoltà degli scambi commerciali e i lockdown imposti su scala globale che hanno caratterizzato l’ultimo anno. Nello stesso periodo, due settori storici dell’industria manifatturiera – la moda e l’automotive – hanno registrato una importante contrazione, rispettivamente di 4.6 e 4.4 punti percentuali.

L’annuale rapporto ICE evidenzia come la ripartenza abbia riportato l’export italiano a livelli pre-Covid, seppure con una significativa contrazione delle aziende esportatrici, con un calo di circa l’8% – rappresentato in gran parte da micro esportatori spazzati via dalla crisi.

Il traino dell’export agroalimentare

In questo contesto, l’agroalimentare si afferma come la principale fonte di ricchezza dell’Italia grazie alla sua vasta ed eccellente filiera, apprezzata su scala globale. Il valore dell’export agroalimentare del 2020 ammonta a 46,1 miliardi di euro (39,1 miliardi di prodotti alimentari, bevande e tabacco e 6,9 miliardi di prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca).

L’analisi sottolinea come il successo del settore sia dovuto soprattutto al primato dell’agricoltura italiana, attualmente la più “verde” d’Europa con 297 specialità certificate DOP-PGI riconosciute a livello comunitario e 415 vini certificati DOC-DOCG.

Ma non è tutto. Con 5.155 prodotti regionali registrati, l’Italia conta complessivamente 60.000 aziende agricole biologiche e circa 40.000 aziende agricole impegnate a preservare semi e piante a rischio di estinzione.

L’Italia è anche al primo posto per quanto riguarda la sicurezza alimentare mondiale, con il minor numero di alimenti contenenti residui chimici non autorizzati. Se si prende la biodiversità, nessun altro si avvicina: ci sono 504 varietà di uva registrate, contro le 278 varietà francesi, e 533 varietà di olive, contro le 70 spagnole.

Il ruolo giocato dagli eventi esterni: pandemia e Euro2020

Se da un lato i lockdown hanno messo in ginocchio la ristorazione Made in Italy in tutto il mondo, parallelamente hanno favorito su scala globale il ritorno alla preparazione casalinga dei pasti, con un boom nell’uso di ricette (e quindi di ingredienti) Made in Italy.

A questo, secondo Coldiretti, si deve aggiungere la svolta salutista che ha riguardato i consumatori a livello globale e che ha stimolato il consumo di prodotti tipici della dieta mediterranea. A trainare la crescita ci sono infatti prodotti base come il vino (che guida la classifica dei prodotti Made in Italy più esportati) seguito da prodotti ortofrutticoli freschi.

Le previsioni della Coldiretti per il futuro del settore agroalimentare italiano sono anche più rosee dopo la vittoria della nazionale italiana agli Europei di calcio: si stima infatti che l’immagine del Made in Italy nel mondo possa trarre un ulteriore beneficio da questo risultato sportivo.

Anche in passato gli economisti hanno studiato l’effetto trainante dei risultati sportivi sull’economia. Dopo la vittoria degli azzurri al campionato mondiale di calcio del 2006 in Germania, ad esempio, l’economia nazionale è cresciuta in modo sostenuto con un aumento record del 4,1% del PIL. Nel 2007 – sempre secondo Coldiretti – l’export italiano è poi cresciuto del 10%, spinto dal successo dall’immagine del nostro paese a livello internazionale.

Coldiretti stima che succederà anche questa volta, fatta eccezione per la Gran Bretagna, dove a seguito della finale di Euro 2020 si stima un calo importante del consumo di prodotti italiani, con casi estremi di boicottaggio di prodotti made in Italy, come quello di un Convenience Store che ha ‘bannato’ la vendita di prodotti italiani, finendo sui giornali inglesi.

Export agroalimentare: i principali estimatori

Tra i principali estimatori del Made in Italy a tavola ci sono gli Stati Uniti che si collocano al secondo posto dopo la Germania, ma fanno registrare l’incremento maggiore della domanda, con un balzo del 14,2%.

Il dato è in gran parte dovuto all’eliminazione dei dazi aggiuntivi del 25% alle esportazioni in Usa di numerosi prodotti tipici della nostra cucina: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi, cordiali e liquori come amari e limoncello.

Positivo anche l’andamento registrato in Germania, al primo posto con un incremento del 5,4%. Stabile la Francia al terzo posto, seguita dalla Gran Bretagna – dove a causa della Brexit, l’export agroalimentare italiano registra un calo dell’8,4%.

A pesare sui dati in Uk, le difficoltà burocratiche ed amministrative legati all’uscita degli inglesi dall’Unione Europea. Le criticità maggiori, per chi esporta verso il Regno Unito interessano le procedure doganali e riguardano anche l’aumento dei costi di trasporto dovuti a ritardi e maggiori controlli. Nei soli primi 3 mesi del 2021 Coldiretti registra un crollo del 25% nel consumo di pasta italiana in Gran Bretagna. Dati destinati a peggiorare per l’effetto Euro 2020.