La Fashion Week milanese si è conclusa lunedì 26 Settembre passando il testimone a quella parigina, e prima di esse si è tenuta quella newyorkese. Il fil rouge di tutte queste glitterate giornate di sfilate ed eventi è l’attenzione ad una rinnovata responsabilità verso il pianeta (si pensi, per esempio, alla cerimonia di consegna dei CNMI Sustainable Fashion Awards 2022 svoltasi a Milano presso il Teatro alla Scala), che a gran voce ci sta chiedendo di prenderci più cura di lui.
Roncucci&Partners ha già scritto sul tema del near-shoring o reshoring in passato. Si tratta di una modalità di outsourcing che prevede il trasferimento di alcuni processi aziendali nello stesso o in un Paese limitrofo al Paese dove si trova il proprio stabilimento produttivo. Questo naturalmente fa in modo che si accorcino i tempi di approvvigionamento, si ottimizzino i costi logistici, fornendo maggior controllo delle operazioni e riducendo i problemi normativi, a fronte però (probabilmente) di un aumento dei costi.
Oggigiorno, il reshoring è un tema assai discusso anche nel settore moda, che ormai da un anno sta vivendo difficoltà in termini di approvvigionamento. Ma a differenza di casi quali la tecnologia e l’automotive, dove la situazione è decisamente drammatica, per il fashion system l’esigenza primaria è quella di inseguire un trend di fondamentale importanza: responsabilità sociale e sostenibilità.
Infatti, ciò che sta spingendo le aziende del tessile abbigliamento verso soluzioni a chilometro zero non è tanto l’aumento esorbitante dei costi di trasporto e le difficoltà logistiche date dall’allungamento dei tempi di consegna delle merci, quanto più un’opportunità per consolidare la propria reputazione in campo ambientale.
Il reshoring, infatti, consente una gestione ottimale degli eccessi di produzione. Quanto più sono geograficamente lontani i paesi di fornitura tanto più la previsione della domanda deve essere anticipata, portando inevitabilmente a sovrapproduzione di merce e una risposta alle vendite poco efficiente.
Dunque la decisione di rimpatriare alcuni processi della catena produttiva consente non solo di investire sul proprio Paese (e nel nostro caso sappiamo bene quanto peso abbia il Made in Italy), rifocillando quelle meravigliose eccellenze che abbiamo in Italia e in Europa e che, a volte, rischiano di sparire, ma anche di accorciare la catena del valore. Una supply chain più corta e compatta garantisce un aumento di flessibilità e di controllo diretto sulla stessa, dimostrando inoltre ai consumatori finali un impegno concreto verso la sostenibilità ambientale.
Valentina Gestri Paolucci




