I nuovi scenari internazionali e l’effetto farfalla

26 Ottobre 2022

“La globalizzazione renderà le nostre società più creative e prospere ma anche più vulnerabili” – Lord Robertson

In matematica e fisica, il “butterfly effect” è una locuzione che racchiude in sé la nozione maggiormente tecnica di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, presente nella teoria del caos. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta cambiando le dinamiche globali sotto ogni aspetto, politico, economico e sociale. Il battito della farfalla della guerra in Ucraina si può già sentire in tutto il mondo.

Tuttavia, ultimamente si inizia a sentire parlare di difficoltà per la Russia, a causa di una fuga di uomini dalla nazione, contrari all’arruolamento, e di una superiorità tecnologica dell’occidente (NATO) che sta permettendo all’Ucraina di difendersi con ottimi risultati.

Un conflitto alla pari è però uguale a un conflitto duraturo, che non è ovviamente ciò di cui il Mondo ha bisogno in questo momento.

Ora ci si trova in una situazione di stallo, anche a causa del fatto che un gruppo di paesi comprendente il 50% della popolazione mondiale, tra cui India e Cina, non si schierano né da una parte né dall’altra. Questo può generare dinamiche inedite in ottica di una nuova globalizzazione. Paesi come India e Arabia Saudita faticano a stabilire patti con altre nazioni, ma scelgono volta per volta in base ai propri interessi. Mentre la Russia sta pian piano tagliando i ponti con l’occidente e sta diventando sempre più “asiatica”.

Parlando di nuova globalizzazione, non possiamo non parlare di come il Mondo stia diventando sempre più protezionista, sicuramente anche a causa della pandemia e delle conseguenze scaturite dal conflitto Russia-Ucraina. Questo ha causato uno shock nelle catene globali del valore, generando un lento ma crescente processo di deglobalizzazione: le grandi multinazionali, e non solo, preferiscono ormai spostare i loro impianti produttivi in Paesi geopoliticamente più vicini a loro (friend-shoring), in modo da ridurre il rischio, anche dovendo far fronte a dei costi del lavoro più elevati.

Il friend-shoring (in passato ne abbiamo già parlato) è solo uno dei fenomeni che in questo periodo stanno cambiando il modo in cui veniva pensato il commercio globale fino a pochi mesi fa. Infatti, il back-shoring, ovvero il ritorno in patria di aziende che spostarono le produzioni in paesi in via di sviluppo per sfruttarne i bassi costi del lavoro, sta prendendo sempre più piede nelle economie occidentali. Proprio gli Stati Uniti, coloro che hanno “inventato” la delocalizzazione delle produzioni, dando inizio alla prima grande globalizzazione, con la gestione Biden hanno stanziato ben $280 miliardi solo per lo sviluppo della produzione interna dei semiconduttori. Anche l’Italia segue la corrente, e in meno di un anno sono già più di 120 le aziende che hanno riportato a casa tutte o parti delle loro fasi produttive.

Nel frattempo, cambiano gli scenari anche nel resto dell’Europa, con uno spostamento del baricentro dell’Unione Europea verso nord/nord-est, con una grande importanza strategica in crescita della Polonia, nazione europea che ha capito meglio il conflitto e come agire. Washington è infatti molto allineata dal punto di vista strategico con la Polonia, nonostante le differenti visioni politiche dei due governi.

Al contrario, ci troviamo davanti a una crisi del modello tedesco (molto influente nell’andamento dei principali mercati italiani): all’inizio degli anni ‘90 la Germania era la “malata d’Europa”.

Le riforme del welfare, le delocalizzazioni nel vicino oriente europeo di molte attività, gas russo a basso costo e un mercato cinese spalancato furono fattori fondamentali per il “secondo miracolo tedesco”. Gli ultimi due fattori sono venuti meno e ora la Germania torna ad essere la “malata d’Europa”, e se è debole la Germania è debole l’Europa.

C’è un primo tentativo di ricostruzione del modello economico tedesco:

  • Stanziamento di €200 miliardi per aumentare il potere d’acquisto e far fronte alla crisi energetica
  • Revisione della politica energetica (troppo dipendente dalla Russia)
  • Revisione di alcuni dogmi ambientalisti (salvate due centrali nucleari in chiusura)
  • Revisione del ruolo dello stato nella bilancia economica nazionale

Per uscire una volta per tutte da questa situazione di stallo, l’Europa deve cambiare la sua politica della concorrenza, troppo indietro rispetto a USA e Cina. Bisogna ridare importanza al Mediterraneo, effettuare una torsione geografica, opposta a quella del 1973 con la prima crisi petrolifera, e allontanarsi dalla Russia, dalla quale si è troppo dipendenti energeticamente, per andare invece verso il Mediterraneo.

Andando ancora più verso sud troviamo un continente Africano che è quello che più di tutti aveva beneficiato dell’ultima globalizzazione, ma che ora si trova a subire i maggiori danni causati dal conflitto. Una crescita economica che dura da più di venti anni rischia di interrompersi bruscamente causando squilibri in tutto il continente, e rischiando di provocare un nuovo movimento migratorio verso Nord.

Serve un’inversione dell’andamento dei tassi per uscire velocemente dalla situazione inflazionistica attuale, il “super dollaro” mette nei guai mezzo mondo che è indebitato con gli USA. Warren Buffet disse: “quando arriva la bassa marea si scopre chi nuotava senza costume”.

Nonostante le preoccupazioni per la scarsità dell’offerta, i timori per la deglobalizzazione e l’atteso spostamento delle catene di fornitura globali, potrebbero emergere nuove opportunità nelle regioni in cui la produzione si sta spostando, così come nelle aree che la produzione sta abbandonando.

Sta dunque ai singoli stati e alle singole imprese individuare quelli che sono rischi e quelle che sono invece le opportunità derivanti da questa situazione, tenendo in considerazione i fattori che abbiamo analizzato, con un occhio di riguardo a ciò che potrebbe succedere in futuro a livello globale.

 

Giovanni Mannu

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