Le elezioni americane, che hanno tenuto con il fiato sospeso mezzo mondo, si sono concluse con la vincita del democratico Joe Biden, vice-presidente dell’amministrazione Obama, che a partire dal prossimo gennaio entrerà ufficialmente in carica come 46° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Scegliendo Joe Biden e Kamala Harris – rispettivamente prossimo presidente e vicepresidente degli Stati Uniti – nelle elezioni che hanno registrato il maggior numero di elettori nella storia degli Stati Uniti, gli americani sembrano appoggiare il cambiamento (e una visione più inclusiva per l’America).

In primo luogo, l’amministrazione Biden promette una migliore gestione della pandemia in patria, mettendo in atto una strategia globale per combatterne la diffusione e preparandosi per una distribuzione equa ed organizzata di un vaccino, quando sarà il momento. Allo stesso modo, il nuovo presidente dovrà ripristinare i fondamenti della democrazia americana che Trump ha indebolito: il rispetto dello stato di diritto e delle norme democratiche, la promozione dei diritti umani in patria e all’estero e disuguaglianze strutturali che devono essere affrontate con urgenza. Probabilmente il presidente Biden non sarà in grado di risolvere tutti questi problemi, ma promette fermezza, competenza e un rifiuto della politica alimentata dall’odio e da dure contrapposizioni tra le parti.

Sulla scena internazionale, uno dei compiti di Biden riguarda il rapporto di fiducia degli alleati, profondamente destabilizzato durante l’amministrazione Trump. Il nuovo presidente dovrà lavorare a fondo per ripristinare il ruolo internazionale degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda il cambiamento climatico, la difesa dei diritti umani e il ripristino della leadership statunitense sulla non proliferazione e il controllo degli armamenti. Il cammino appare in salita, e, come sostiene Emma Ashford, Senior fellow della New American Engagement Initiative presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security, il “partito repubblicano post-Trump probabilmente continuerà ad essere apatico sul valore delle istituzioni internazionali e scettico sull’utilità degli accordi multilaterali su temi come il cambiamento climatico e il controllo degli armamenti”.

Riguadagnare la fiducia degli alleati europei

L’elezione alla presidenza dell’ex vicepresidente Joe Biden – nel bel mezzo di quella che potrebbe essere una delle epoche più caotiche e pericolose della storia degli Stati Uniti – è un segnale importante per gli alleati, un rinnovato impegno a lavorare insieme – un reinvestimento nella cooperazione multilaterale, nelle norme internazionali e nell’ordine globale, che sono l’unico mezzo efficace per affrontare le sfide urgenti che il pianeta è chiamato ad affrontare.

Internazionalista nel suo DNA, il presidente eletto Joe Biden cercherà quindi di ricostruire le alleanze dell’America all’estero. Con cooperazione e determinazione, gli Stati Uniti e i loro alleati possono riprendersi da questo periodo di crisi e rivitalizzare un sistema basato su regole adeguate per disegnare una nuova fase della politica estera americana.

La vittoria del Presidente eletto Biden è senza dubbio un sollievo per gran parte dell’Europa, dove è visto come un amico e sostenitore delle relazioni transatlantiche e di un’agenda multilaterale. Vanno in questa direzione anche le dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel, che si è pubblicamente congratulata con Joe Biden e Kamala Harris per i risultati ottenuti, in un discorso che guarda al futuro e parla di cooperazione, collaborazione e impegno comune. Senza dubbio, un’Europa forte è la migliore risorsa dell’America nell’affrontare le sfide globali – dalla gestione del rapporto con la Cina alla lotta al cambiamento climatico, fino alla ricostruzione dell’economia globale post-COVID-19. I disaccordi permarranno, sul commercio o sulla regolamentazione degli scambi commerciali, ma possono essere affrontati attraverso un dialogo costruttivo.

Il team di Biden promette un impegno costante a lavorare con l’Europa sulla maggior parte delle questioni più importanti, ma dovrà lavorare intensamente per riparare la diffidenza che si è generata negli alleati europei durante l’amministrazione Trump. In ogni caso, l’approccio di Biden alla politica estera pone le alleanze al centro dell’influenza globale degli Stati Uniti, segnalando una promessa rinvigorita della leadership internazionale americana.

Sul fronte Brexit, il nuovo inquilino della Casa Bianca è pronto a mettere un freno alle minacce di un possibile No Deal. Biden, di origini irlandesi, ha ribadito in più occasione che non potrà esserci nessun patto commerciale con Londra se la Brexit minaccerà la pace in Irlanda del Nord, raggiunta nel 1998. Sarà interessante quindi osservare gli sviluppi delle trattative, adesso che il premier Boris Johnson ha perso il sostegno dell’ex presidente Trump.

La relazione con la Cina

Una delle maggiori sfide per il neo presidente è certamente rappresentata dal complesso rapporto Usa-Cina. La campagna di Biden ha sottolineato l’importanza delle alleanze e del multilateralismo per ripristinare la leadership e la democrazia globale degli Stati Uniti, lasciando intravedere un’apertura anche nei confronti della Cina. Dal canto suo, il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha dichiarato: “Abbiamo sempre sostenuto che Cina e Stati Uniti dovrebbero rafforzare la comunicazione e il dialogo, gestire le differenze nel rispetto reciproco, espandere la cooperazione sulla base del vantaggio reciproco e promuovere lo sviluppo sano e stabile delle relazioni sino-americane”. Data la forte dipendenza economica degli alleati dell’Asia e del Pacifico dalla Cina, la politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina avrà implicazioni significative per il modo in cui questi alleati rivaluteranno e adegueranno le loro politiche e strategie.

AFRICA: La via verso legami più commerciali passa attraverso relazioni diplomatiche riparate

Negli ultimi anni c’è stato uno sforzo decisivo per consolidare i rapporti commerciali con gli stati africani. Nuovi strumenti politici, come la US International Development Finance Corporation (DFC), sostenuta da capitale proprio, e l’imminente Africa Trade and Investment Program (ATIP) da 500-750 milioni di dollari, mirano a rivedere la politica degli Stati Uniti e a spostare significativamente l’ago della bilancia sull’aumento del commercio e degli investimenti nei due sensi.

Questi sviluppi positivi, tuttavia, emergono in un momento in cui il soft power statunitense sul continente è in declino. I commenti razziali che sono trapelati dalla Casa Bianca, insieme alle critiche alla risposta del coronavirus degli Stati Uniti, hanno offuscato l’immagine dell’America in Africa, con danni alle relazioni con Nigeria, Sudafrica ed Etiopia, tra gli altri. Per capitalizzare la sua spinta commerciale, gli Stati Uniti dovranno ri-orientare la loro politica in Africa, agendo sulla riparazione di rapporti critici.

Il fronte mediorientale

Per circa cinquant’anni, fino a poco dopo la svolta del XXI secolo, l’approccio americano verso il Medio Oriente è stato straordinariamente coerente, nonostante lo stato di turbolenza apparentemente perpetuo della regione. Tuttavia, a partire dalla guerra in Iraq, e da allora, gli Stati Uniti si sono nettamente allontanati dal loro approccio tradizionale e sono stati sempre più visti nella regione come una minaccia per lo status quo. Una nuova amministrazione Biden offre l’opportunità ai leader della regione, in particolare agli attuali leader dell’Arabia Saudita e di Israele, di cercare di “ristabilire” le relazioni lungo le linee di interessi comuni di lunga data, anche per quanto riguarda le minacce provenienti dall’Iran.

Il rapporto con l’America Latina

La vittoria elettorale di Joe Biden porterà cambiamenti significativi nella direzione della politica estera degli Stati Uniti, anche con i partner dell’America Latina. Sotto la presidenza di Biden, gli Stati Uniti passeranno da un approccio “con o senza di noi” a una politica che fondamentalmente crede che gli Stati Uniti possano ottenere di più quando lavorando insieme alle nazioni partner. In America Latina, dove il Presidente eletto Biden porta una profonda esperienza e impegno, questo cambiamento di mentalità si manifesterà in una serie di aspetti. A lungo sostenitore di una strategia su più fronti in America centrale, il Presidente eletto Biden, lavorerà fianco a fianco con i leader regionali per affrontare la corruzione, le sfide con lo stato di diritto, i driver necessari per lo sviluppo economico e le questioni di sicurezza che perpetuano l’instabilità in America centrale. Ci si aspetta che l’amministrazione Biden si concentri sulle questioni dei diritti umani, affrontando il cambiamento climatico nell’emisfero e garantendo il rispetto dei diritti del lavoro nel nuovo accordo USA-Messico-Canada (USMCA).

Biden farà del cambiamento climatico una priorità nazionale

Il presidente eletto Biden ha dichiarato che il cambiamento climatico è una priorità nazionale, promettendo un’azione esecutiva senza precedenti sia per ridurre le emissioni che nell’affrontare i crescenti impatti del surriscaldamento (e per recuperare la posizione degli Stati Uniti come leader globale nella gestione ambientale e climatica).

Tra gli obiettivi, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, un investimento storico di 2.000 miliardi di dollari nella ricerca e nell’innovazione in materia di energia pulita e un forte incentivo al rapido dispiegamento di innovazioni in materia di energia pulita e di infrastrutture intelligenti in tutto il Paese. Tali investimenti si concentreranno soprattutto sulle aree più vulnerabili agli impatti climatici, comprese le comunità costiere (dove vive e lavora il 40 per cento degli americani) che soffrono direttamente gli effetti dell’innalzamento del livello del mare, con allagamenti, inondazioni e tempeste sempre più frequenti. Nonostante sia considerato un moderato rispetto alla maggior parte degli altri candidati alle primarie democratiche, il piano per il clima e l’energia del presidente eletto Joe Biden è decisamente ambizioso. Tuttavia, con il Senato che probabilmente rimarrà sotto il controllo repubblicano, queste ambizioni saranno probabilmente ridotte.

La sfida di Biden a breve termine sarà quella di rientrare nell’accordo di Parigi e di annullare gran parte dell’agenda di deregolamentazione dell’amministrazione Trump, senza un significativo sostegno da parte del Congresso. E’ probabile che Biden concentri i suoi sforzi sulla riduzione della domanda di combustibili fossili, rendendoli allo stesso tempo più puliti, limitando le emissioni di metano e incoraggiando l’uso di energie pulite. Mettere gli Stati Uniti sulla strada delle ‘emissioni zero’ entro il 2050 è estremamente ambizioso e comporta uno sforzo congiunto con gli alleati europei, il Giappone, la Corea del Sud e la Cina (anche quest’ultima punta al 2060).

Il ruolo di Kamala Harris

Con l’ascesa di Kamala Harris alla vicepresidenza, si continuerà a parlare molto della diversità incarnata che porterà in quel ruolo: la prima a identificarsi come donna, la prima a identificarsi come sudamericana, la prima a identificarsi come nera. A questo si aggiunge la notevole esperienza di Harris come procuratore generale e senatore degli Stati Uniti è una risorsa innegabile per la nuova amministrazione Biden. Il profondo know-how giudiziario e costituzionale della nuova vice presidente fanno presagire l’alba di una politica razionale, umana e progressista negli Stati Uniti. Il presidente eletto Joe Biden ha già detto chiaramente che il ruolo del vicepresidente è molto più di un semplice cerimoniale.
Il vicepresidente eletto Kamala Harris è in una posizione unica per portare diverse questioni alla ribalta della politica americana. Come donna afroamericana di origine indiana, conosce in prima persona le sfide che le donne di colore devono affrontare in questo Paese. Paladina dell’uguaglianza di genere e dell’inclusione, Harris ha già dimostrato il suo impegno ad affrontare la giustizia razziale assumendo un ruolo di leadership nel Justice in Policing Act del 2020, a seguito dell’uccisione di George Floyd (e dell’ondata Black Lives Matter che ha letteralmente travolto il paese). L’elettorato americano in questo senso si aspetta molto dalla nuova vice presidente, che ha una profonda conoscenza delle ingiustizie e le discriminazioni delle minoranze, che molto spesso riflettono l’iniquità nella salute, nell’istruzione e nel lavoro.