Raggiunto in extremis la Vigilia di Natale, dopo mesi di difficili trattative, l’accordo commerciale e di cooperazione tra il Regno Unito e l’Unione Europea è stato accolto con sollievo da entrambe le sponde della Manica, scongiurando definitivamente l’ipotesi di un No Deal.

Cosa dice l’accordo

In termini di contenuto, il Trade and Cooperation Agreement -TCA- è sostanzialmente simile agli accordi di libero scambio che l’Unione Europea ha stipulato con paesi come il Canada e il Giappone, con la differenza principale che permette di avere tariffe zero su tutti gli scambi di beni di valore. Ciò rappresenta un vantaggio economico significativo, specialmente se si considera che nessun altro accordo siglato dal blocco europeo con un paese terzo ha puntato a ridurre le tariffe a zero come in questo caso. Per beneficiare del trattamento senza dazi, gli esportatori dovranno dimostrare che le loro merci soddisfano i requisiti di origine (ovvero le regole che determinano l’origine delle merci in base alla provenienza dei prodotti o delle materie utilizzate per produrli). Le norme garantiscono che il trattamento tariffario preferenziale sia concesso solo alle merci originarie del Regno Unito o della UE e non a quelle originarie di Paesi terzi. Per esempio, è improbabile che merci importate dalla Cina che hanno subito anche solo una minima lavorazione aggiuntiva nel Regno Unito si qualifichino per il trattamento senza dazi sulla riesportazione nell’UE, e viceversa.

Per quanto riguarda le barriere non tariffarie, il TCA è sostanzialmente meno vantaggioso per il Regno Unito rispetto alla precedente adesione al blocco europeo.
Liquidata dal governo inglese come ‘un mal di denti’, la nuova burocrazia della Brexit sta causando numerosi problemi logistici e diffusi malumori, soprattutto alle categorie direttamente connesse con le attività di import ed export, che si trovano ad affrontare ulteriori barriere al commercio in una vasta gamma di aree e settori.

Da questo punto di vista l’impatto della Brexit è significativo, tanto che la scorsa settimana il Dipartimento per il Commercio Internazionale del Regno Unito ha incoraggiato gli esportatori ad aprire uffici nell’UE per aggirare i dispendiosi e complessi regolamenti doganali dell’accordo.

Di fatto, per le imprese britanniche (soprattutto di piccole e medie dimensioni) le esportazioni in Europa sono diventate più complicate a causa dei controlli alla dogana e dei costi burocratici aumentati, tanto da spingere numerose società ad aggirare l’ostacolo accaparrandosi magazzini dove stoccare le merci destinate all’UE e organizzare direttamente da lì la propria rete di distribuzione. Secondo quanto riportato dal Guardian, nell’ultimo mese le società di logistica olandesi sono state inondate di richieste di aiuto, mentre il numero di società britanniche alla ricerca di una sede nel nei Paesi Bassi, negli ultimi 18 mesi, è raddoppiato.

Considerando che l’Unione Europea resta il principale partner commerciale del Regno Unito, gli stratagemmi per aggirare le nuove norme non possono stupire. Nel 2019, il Regno Unito ha esportato il 43% dei propri beni verso l’Unione, ed era per questo di gran lunga più vulnerabile al mancato accordo commerciale rispetto a ciascun singolo Paese europeo. Complessivamente, i paesi europei nello stesso anno hanno esportato in media solo il 6,5% delle proprie merci verso il Regno Unito. Certamente per alcuni Paesi del blocco europeo l’ipotesi di un No Deal sarebbe stata più preoccupante che per altri: la quota delle esportazioni irlandesi dirette nel Regno Unito, ad esempio, tocca i 13 punti percentuali, mentre quella olandese oscilla intorno al 10.

Rispetto agli altri grandi Paesi Ue, l’Italia sarebbe stata meno esposta al rischio di un No Deal o di ”Hard Brexit”: nel 2019 solo poco più del 5% delle nostre esportazioni era diretto verso il Regno Unito (pur generando il terzo maggiore surplus commerciale europeo, qualcosa come 12 miliardi di euro, nei confronti del Regno Unito). Un surplus peraltro in aumento negli ultimi anni, e che oggi rende il Regno Unito il quinto importatore al mondo di beni italiani.

L’incertezza del settore dei servizi

Il nuovo accordo commerciale ha lasciato il settore dei servizi della Gran Bretagna – che comprende non solo la potente industria finanziaria di Londra, ma anche avvocati, architetti, consulenti e altri – incerto sui suoi futuri rapporti con l’UE, nonostante il settore rappresenti l’80% o più dell’attività economica britannica.

L’accordo facilita infatti il flusso di merci attraverso i confini britannici, ma lascia le imprese finanziarie senza il più grande beneficio dell’appartenenza all’UE: la capacità di offrire facilmente servizi ai clienti in tutta la regione europea da una singola base, Londra. Questa perdita è particolarmente dolorosa per la Gran Bretagna, che nel 2019 ha registrato un surplus di 18 miliardi di sterline, sul commercio di servizi finanziari e di altro tipo con l’Unione europea, ma un deficit di 97 miliardi di sterline sul commercio di beni.

Come cambiano i diritti dei cittadini con la Brexit

L’accordo ha fatto poco per placare i timori su come le nuove regole di immigrazione del paese potrebbero complicare la vita dei cittadini dell’UE che vivono in Gran Bretagna. Le persone provenienti da altri paesi europei sono state autorizzate a richiedere lo “status stabile” in Gran Bretagna, il diritto di rimanere a tempo indeterminato, e più di due milioni di loro hanno ottenuto questo status.

I cittadini europei nel Regno Unito o i cittadini britannici che risiedevano in uno degli stati membri prima di gennaio 2021 potranno continuare a vivere e lavorare dove si trovano, purché già registrati in precedenza e in possesso dei permessi concessi dalle autorità nazionali dei vari stati membri o del Regno Unito.
Al contrario, il diritto di vivere e lavorare dei cittadini britannici che non ancora risiedono nell’Unione Europea non sono garantiti automaticamente e potranno essere oggetto di restrizioni (a eccezione dell’Irlanda, con cui il Regno Unito ha raggiunto un accordo a parte). Anche le qualifiche professionali ottenute non saranno più riconosciute in modo automatico nei paesi UE come accadeva in precedenza.