Ci sono voluti otto anni di negoziati per arrivare alla firma del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo di libero scambio che coinvolge quasi un terzo della popolazione mondiale e un Pil combinato di oltre 26 miliardi di dollari, dando vita al più grande blocco commerciale del mondo.

Firmato lo scorso 15 Novembre dai 10 paesi dell’ASEAN – Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam – insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia, il RCEP rappresenta un’intesa senza precedenti, sia per l’enorme valore economico dell’area, che per il significato geopolitico che ricopre. Per la prima volta, inoltre, un accordo commerciale vede la compresenza delle due più grandi economie asiatiche, Cina e Giappone, rafforzando ulteriormente il valore simbolico del RCEP.

Il significato del nuovo accordo di libero scambio

Spesso etichettato come l’accordo “guidato dalla Cina”, il RCEP dovrebbe piuttosto essere considerato un esempio della diplomazia internazionale e del libero scambio, una risposta concreta e contraria alle politiche di stampo protezionistico avviate dagli Stati Uniti sotto la guida di Trump, oltre che ad un evidente tentativo di stimolare la ripresa economica dopo lo shock causato dalla pandemia di Covid-19.

Certamente il RCEP aiuterà la Cina a rafforzare le sue relazioni con i propri vicini e il suo ruolo geopolitico nell’area, ma è evidente che non sarà l’unica a beneficiarne. Fortemente voluto dai membri dell’ASEAN, il nuovo accordo di libero scambio fa seguito ad una serie di accordi commerciali firmati dai paesi del sud est asiatico con Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Il RCEP non apre nuove strade, ma consolida piuttosto gli accordi esistenti in un unico accordo globale, che attraverso nuove “regole d’origine” comuni – che definiscono ufficialmente la provenienza di un prodotto – faciliterà il commercio all’interno dell’area.

Inoltre, è importante sottolineare che l’accordo è stato firmato tra paesi con valori e sistemi politico-economici molto diversi tra loro. Pertanto, immaginare che il RCEP sia una sorta di piano incentrato sulla Cina per contrastare i valori occidentali, significa ignorare il fatto che due stati occidentali fortemente legati agli Stai Uniti, l’Australia e la Nuova Zelanda, vi hanno volontariamente aderito. A queste due democrazie liberali si aggiungono anche il Giappone e la Corea del Sud, nonché gli Stati membri dell’ASEAN che seguono la democrazia elettorale.

Il RCEP riflette una tendenza verso il multilateralismo e la democrazia internazionale, in cui gli stati si impegnano volontariamente in accordi commerciali indipendentemente dal sistema politico-economico che seguono, e dalla condivisione di valori e principi.

La creazione del RCEP è certamente una buona notizia per la Cina, ma è soprattutto una pessima notizia per gli Stati Uniti, esclusi dallo sviluppo dell’architettura regionale. Il nuovo accordo evidenzia infatti che la regione dell’Asia-Pacifico è pronta a forgiare un percorso senza la leadership degli Stati Uniti, o anche il coinvolgimento, se necessario. Anche alcuni dei più stretti alleati dell’America – Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – sono andati avanti senza la partecipazione degli Stati Uniti.

Cosa prevede il RCEP

Secondo lo studio della Peterson Institute for international economics, il RCEP potrebbe aggiungere 209 miliardi di dollari all’anno ai redditi mondiali, e 500 miliardi di dollari al commercio mondiale entro il 2030.

Il RCEP contiene tutti gli elementi consueti di un accordo di libero scambio, tra cui l’eliminazione di tariffe sulle importazioni (seppure in un arco temporale di 20 anni), la standardizzazione di procedure doganali e una seria di disposizioni in tema di proprietà intellettuale, telecomunicazioni, servizi finanziari, commercio elettronico e servizi professionali. Il RCEP introduce delle nuove “regole di origine” comuni in tutta la regione commerciale, stimolando significativamente gli investimenti stranieri nei paesi membri.

In generale, l’accordo aiuterà la regione dell’Asia-Pacifico nella ripresa economica post pandemica, riducendo al contempo l’influenza americana nell’area.

Il nuovo accordo commerciale mira a rendere più efficienti le economie del Nord e Sud-Est asiatico, collegando i loro punti di forza nella tecnologia, nella produzione e nelle risorse naturali, e incentivando le catene di fornitura in tutta la regione commerciale.

Le nazioni aderenti al RCEP hanno concordato di riconoscere reciprocamente le qualifiche professionali degli stati membri, aprendo potenzialmente le porte alle opportunità di mercato per avvocati, dentisti, medici e altri professionisti che desiderano muoversi nell’area.

Il RCEP dovrebbe inoltre contribuire a ridurre i costi di produzione e rendere la vita più semplice alle aziende, permettendo loro di esportare i prodotti ovunque all’interno del blocco, senza soddisfare requisiti separati per ogni paese. L’accordo di libero scambio darà infine un impulso agli investimenti stranieri anche nei paesi ASEAN economicamente più arretrati, dove i salari sono più bassi e la forza lavoro meno qualificata. Paesi come la Cambogia, il Laos e il Myanmar, stanno già attirando l’interesse dei produttori di Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Singapore e Corea del Sud, dove i costi di produzione sono nettamente più elevati. È molto probabile quindi che i paesi più avanzati del RCEP si rivolgano alle nazioni meno abbienti dell’ASEAN per minimizzare i propri costi di produzione.

Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare, e l’accordo RCEP non è ancora completamente “completo”. L’agricoltura è in gran parte omessa e RCEP introduce relativamente poco per stabilire standard comuni per i prodotti. Le questioni ambientali e i diritti umani – incluso il lavoro – non vengono presi in considerazione, segnando una netta differenza con gli accordi e i partenariati promossi e firmati dal blocco europeo. Il RCEP, inoltre, non ha ancora stabilito regole sul commercio elettronico, e i membri non sono stati in grado di concordare alcuna regola sui flussi di dati transfrontalieri o moratorie doganali sulla trasmissione dei dati.

I grandi esclusi: Stati Uniti e India fuori dal RCEP

Tra le sfide del nuovo presidente americano Joe Biden c’è senza dubbio la necessità di ridisegnare il ruolo degli Stati Uniti nell’area asiatica e pacifica. Biden ha già annunciato un piano sul fronte del commercio internazionale che sarà reso pubblico dopo il suo insediamento, in netto contrasto con le politiche del suo predecessore Donald Trump. Per gli Stati Uniti è infatti di fondamentale importanza ristabilire i propri legami economici, politici e commerciali in una regione sempre più strategica.

Oltre agli USA, l’altro grande escluso dall’accordo è l’India, ritiratasi dagli accordi già nel 2019. Uno dei principali timori percepiti dal governo Modi è rappresentato dall’eliminazione delle tariffe previste nell’ambito dell’accordo RCEP, una potenziale minaccia per i produttori locali che avrebbe aperto i suoi mercati ad un’ondata di importazioni di prodotti a basso costo, mettendo in crisi i piccoli e medi imprenditori indiani (che solo nel 2019 contavano più di 63 milioni tra attività rurali e urbane). Ad esempio, gli esperti hanno avvertito che la grande industria casearia indiana sarebbe stata colpita dall’accordo, poiché i produttori australiani e neozelandesi avrebbero potuto inondare i mercati indiani e spazzare via soprattutto i piccoli produttori indiani non organizzati e inefficienti. Se l’industria indiana fosse stata più competitiva, un mega accordo commerciale come il RCEP avrebbe offerto un mercato regionale senza barriere per i loro prodotti e avrebbe favorito il “Make-in-India”.

Oltre alle ragioni economiche elencate, la principale ragione della riluttanza dell’India ad aderire al RCEP è rappresentata dalla presenza del colosso cinese. Nuova Delhi ha deciso di non aderire a nessun accordo commerciale in cui Pechino sia membro, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19 e l’attuale situazione di stallo al confine con la Cina. Una decisione, che per l’India renderà in ogni caso più complesso il raggiungimento dei target di crescita economica nel medio e lungo termine, e più ardua l’acquisizione della tecnologia necessaria per sostenere lo sviluppo economico del Paese, rendendo probabilmente obbligato un rafforzamento dei rapporti con Washington e Bruxelles.